Tokyo, il governo alla guerra del sushi un marchio di qualita' contro le imitazioni
- L'ultima goccia è stata l'affronto subito in Colorado, in un ristorante che ha osato proporgli manzo arrostito in stile coreano spacciandolo per una specialità giapponese. Il ministro dell'agricoltura nipponico Toshikatsu Matsuoka non ci ha visto più. E ha deciso che il sushi va protetto dalle volgari imitazioni sempre più diffuse in tutto il mondo, con la moltiplicazione esponenziale dei locali.
Parte così la crociata delle autorità di Tokyo in difesa delle loro ricette tradizionali. I ristoranti all'estero che vogliono fregiarsi del titolo di autentica cucina giapponese dovranno avere una certificazione apposita, approvata dal governo. Una specie di bollino blu che metta al riparo da "bufale" gli ignari avventori, spesso non in grado di riconoscere se il piatto loro proposto è realmente giapponese e non magari coreano, filippino o "fusion".
Le aberrazioni scoperte in giro per il mondo dai "poliziotti del sushi" in incognito, sguinzagliati dal ministro sin dalla scorsa estate, sono numerosissime. Soprattutto negli Stati Uniti, dove i ristoranti giapponesi sono fra i più amati. Sakè finti spacciati come liquori tradizionali. Rotoli alle alghe con ripieno di salmone e formaggio "cream cheese". Perfino anelli di cipolla fritti, come "tempura".
Decisamente troppo per rimanere a guardare. "Il sushi è un'arte molto complessa", spiega il ministro Matsuoka al Washington Post. "E' un'esperienza che coinvolge tutti i sensi. Deve essere presentato in modo piacevole, si devono usare ingredienti adatti e deve essere preparato da chef formati ad hoc".
Chef che in patria devono sottostare ad un apprendistato duro, di diversi anni, prima di essere autorizzati a cucinare per il pubblico. Una selezione rigida, una carriera tradizionale molto rispettata e soprattutto altamente gerarchica. Proprio loro, i cuochi giapponesi all'estero, sono i primi a protestare contro la proliferazione incontrollata di improbabili "Sushi Zen" o "Mount Fuji", gestiti invece da personale non giapponese (spesso in cucina ci sono cinesi) e non propriamente preparati.
Ma le cose stanno per cambiare, promette il ministro. A New York, come a Londra, Parigi e Milano, i ristoranti che si dichiarano "giapponesi" dovranno usare solo materie prime adeguate, impiegare chef certificati e servire solo piatti nipponici. Un passo dovuto, visto che nel 2009, secondo le statistiche del governo di Tokyo, i ristoranti giapponesi nel mondo toccheranno quota 48.000.
Il governo ha già nominato un comitato di luminari gastronomici e di intellettuali, incaricato di sviluppare delle linee guida che dovrebbero diventare operative da aprile. Da quel momento, saranno delle vere e proprie commissioni culinarie a valutare la "giapponesità" dei locali internazionali e a garantire loro, se degni, il marchio di qualità.
Fonte:La Repubblica

