Dieta a zona, il pieno di proteine non paga...
Tra le diete di "moda" sembra primeggiare quella "a zona". Legata al nome del farmacologo Barry Sears, la "zona" non è altro che la riesumazione dei concetti già predicati da Atkins, ostinato pioniere delle diete iperproteiche, e osteggiati da tutte le Società scientifiche internazionali. Barry Sears ha introdotto però un pizzico di innovazione, derivato dal riadattamento di quanto era già noto a tutti i diabetologi sull'"indice glicemico": ovvero sul fatto che, pur a pari contenuto di carboidrati, il pane o le patate innalzano di più la glicemia, e quindi la risposta insulinemica, rispetto ai legumi o alla pasta. Dato che alcuni lettori mi hanno chiesto delucidazioni sull'utilità della dieta a zona, particolarmente nella pratica sportiva ma anche in corso di dimagrimento, torno su quanto avevo detto al momento della (ri)comparsa, in Italia delle diete iperproteiche e ipoglicidiche, antitetiche rispetto alla tradizione mediterranea.
Prima osservazione: se i ministeri della Salute e le Società scientifiche che studiano e diffondono notizie certe e condivise sulla nutrizione umana, hanno trovato un linguaggio comune sulla percentuale dei nutrienti che debbono soddisfare il fabbisogno calorico, non si comprende come dei singoli studiosi pretendano di essere depositari di una realtà diversa, senza avere i mezzi di studio e di ricerca dei più noti Centri universitari e ospedalieri che da decenni studiano l'argomento.
Seconda: qualsiasi dieta che aumenti la percentuale delle proteine finisce per alterare di conseguenza la percentuale dei grassi o dei carboidrati, sovvertendo quelle indicazioni che vengono fornite a tutti i cittadini sotto forma di linee guida o di "piramidi" con stratificazione prevalente dei carboidrati alla base e la segregazione di grassi e proteine animali verso l'apice della figura.
Il perché di questa ripartizione è presto detto. I carboidrati, una volta assorbiti, rappresentano l'energia pulita dell'organismo: cioè dalla loro demolizione deriva solo energia, acqua (facilmente eliminabile con l'urina ed il sudore) e anidride carbonica (eliminata con il respiro). Le proteine, certamente essenziali alla vita umana, comportano invece il problema dell'eliminazione dell'azoto per cui si è sempre indicata una quantità media, sufficiente alla manutenzione dei nostri tessuti pregiati, da non superare per non sovraccaricare fegato e reni, a cui spetta la lavorazione e l'eliminazione dei residui tossici delle proteine.
Proprio dal settore sportivo ed in particolare dall'atletica pesante (dove l'eccesso di proteine nella dieta è un pregiudizio inattaccabile) vengono segnalazioni sul sovraccarico renale di atleti che per decenni hanno adottato diete iperproteiche. Viceversa, la riduzione dei carboidrati è stata riconosciuta come utile nei primi mesi di una dieta dimagrante ma con un dimagrimento totale che dopo sei mesi non differisce da quello realizzato con analogo numero di calorie ma con l'abituale percentuale di carboidrati: cioè il 50-60% del totale calorico utilizzato. Allora, perché cambiare se i vantaggi sono effimeri mentre le forzature metaboliche pongono giustificati interrogativi ai medici più attenti alla gravità e cronicità del problema obesità..?
Fonte: La Repubblica


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